(immigrato dal mare)
solo, nutrito dal tonfo
che incide lo spavento
coi giorni che passano
e i desideri che si appesantiscono
mentre il dramma ti si consuma
nell'avere un grido
più forte della tua voce, dimmi,
su quella nave, partendo,
a chi hai desolato il cuore?
continui a fissare là fuori,
su questo mare pende un sospetto,
quanto tempo è trascorso?
mischiando frutto, fiato e fatica
circondi d’ignoto il tuo orizzonte;
fuggi da un passato perduto,
ma cosa divorerà domani
i tuoi giorni?
hai paura della triste ferita
del prossimo tramonto, di trovarti
ad esplorare l’ombra di notizie felici,
ostinazioni feroci e duro lavoro,
ad ogni ora
ora credi sia della tua terra
questa nube che come occhi scuri avanza,
anche qui senti che i venti selvaggi del deserto
recano ai vicoli
i vostri lamenti
ma la polvere è un’altra
sono di altri le tracce dei passi;
credi sia di Damasco
quella bambina dalle sopracciglia giunte:
sognavi abiti ricoperti d’oro
mentre ora
vagabondi sotto la luce di lampade
erri di strada in strada come una prostituta,
e chiedi una nave bianca,
che ti porti tra i suoi seni di sale
in paesi lontani,
più lontano di questo
non avevi mai piantato palmeti,
mai la tua mano ha piantato palme da dattero,
e ora che i tuoi occhi sono ricolmi di polvere
vedi le primavere che si inseguono
e aspetti le promesse
abbandonandoti tra le spine
di questo destino che fece schiava
la tua schiena, e senti sulle mani
che al vibrare contro la zappa
ogni pietra è una barca
da cui salpano mille dolori
esiste un lontano? un più in là,
di quanto tu possa stendere il braccio?
una cura per le tue illusioni?
una felicità in sé? esiste?
una pace per i tuoi piedi?
un riposo? un sonno sereno? un sogno?
mentre cammini ascolta attento,
dietro le pietre,
potrebbe esserci una risposta
elaborazione S.Adernò