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    22 February

    (immigrato dal mare)

    (immigrato dal mare)

     

     

    solo, nutrito dal tonfo

    che incide lo spavento

                     coi giorni che passano

    e i desideri che si appesantiscono

    mentre il dramma ti si consuma

    nell'avere un grido

    più forte della tua voce, dimmi,

    su quella nave, partendo,

    a chi hai desolato il cuore?

     

    continui a fissare là fuori,

    su questo mare pende un sospetto,

    quanto tempo è trascorso?

    mischiando frutto, fiato e fatica

    circondi d’ignoto il tuo orizzonte;

    fuggi da un passato perduto,

    ma cosa divorerà domani

                                        i tuoi giorni?

    hai paura della triste ferita

    del prossimo tramonto, di trovarti

    ad esplorare l’ombra di notizie felici,

    ostinazioni feroci e duro lavoro,

                                            ad ogni ora

     

    ora credi sia della tua terra

    questa nube che come occhi scuri avanza,

    anche qui senti che i venti selvaggi del deserto

    recano ai vicoli

                            i vostri lamenti

    ma la polvere è un’altra

    sono di altri le tracce dei passi;

    credi sia di Damasco

    quella bambina dalle sopracciglia giunte:

    sognavi abiti ricoperti d’oro

    mentre ora

    vagabondi sotto la luce di lampade

    erri di strada in strada come una prostituta,

    e chiedi una nave bianca,

    che ti porti tra i suoi seni di sale

    in paesi lontani,

    più lontano di questo

     

    non avevi mai piantato palmeti,

    mai la tua mano ha piantato palme da dattero,

    e ora che i tuoi occhi sono ricolmi di polvere

    vedi le primavere che si inseguono

    e aspetti le promesse

    abbandonandoti tra le spine

    di questo destino che fece schiava

    la tua schiena, e senti sulle mani

    che al vibrare contro la zappa

    ogni pietra è una barca

    da cui salpano mille dolori

     

    esiste un lontano? un più in là,

    di quanto tu possa stendere il braccio?

    una cura per le tue illusioni?

    una felicità in sé? esiste?

    una pace per i tuoi piedi?

    un riposo? un sonno sereno? un sogno?

     

    mentre cammini ascolta attento,

    dietro le pietre,

    potrebbe esserci una risposta
     
                                                    elaborazione S.Adernò
    09 February

    il mio poeticiume

    Gentile Sebastiano Adernò,
    
    non restituisco, mi dispiace, note critiche, non ne ho né la forza né 
    il tempo; mi limito a valutare direttamente per la pubblicazione le 
    raccolte che mi vengono proposte. Sarei risucchiato in un vortice 
    terribile se cominciassi a discutere su tutti i testi che mi ricevo...
    Quanto ai suoi, se le basta una rapida impressione, direi che sono uno 
    strano mix tra immagini e scelte lessicali efficaci e altre che invece 
    risentono di un'idea stereotipata della poesia, quello che io 
    solitamente definisco come poeticume, ovvero quell'insieme di parole e 
    immagini "banalmente belle", ovvero che si presumono belle, e che si 
    infilano un po' meccanicmente: albe, cuori, farfalle, e tutti questi 
    svolazzi dell'anima. Le sue poesie sono un mix strano, dicevo, tra 
    questi due aspetti, come se si trovasse sul crinale e non sapesse 
    scegliere, tra una poesia più consapevole e linguisticamente evoluta e 
    un'immagine ancora ingenua della stessa. Peraltro, la stessa 
    piattaforma su cui innesta parole e immagini mi risulta una 
    versificazione un po' spontanea, istintiva. Per la pubblicazione, al 
    momento, devo quindi dirle di no, ma mi piacerebbe leggerla in seguito, 
    per vedere se avrà sciolto l'attuale ambivalenza che - sia chiaro, è un 
    giudizio opinabile - a me pare di riscontrare in quanto ho letto.
    Saluti,
    Marco Merlin